Un piccolo, grande romanzo

Mettersi in relazione con gli altri: quale altro senso?

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Tengo molto a questa Cartolina per due ragioni: la prima è che la lettura del romanzo di cui mi accingo a scrivere viene da uno scambio, ovvero una segnalazione di uno scrittore di grande pregio quale è Paolo Grugni che ha messo in contatto me e Rosalia Messina. Quindi i rapporti “virtuali” talvolta creano circoli virtuosi nei quali possiamo condividere interessi e passioni, e questo a me piace.
La seconda ragione è che ho letto Uno spazio minimo in un momento molto particolare: le ultime settimane sono state contrassegnata da una gran confusione, vuoi per le vicende politiche, vuoi per coincidenze di vita familiare che sono state un concentrato di preoccupazioni.
Arrivare alla sera (il momento in cui posso dedicarmi alla lettura), infilarmi nel letto e prendere in mano il romanzo di Rosalia, è stato – confesso – un toccasana.
Uno spazio minimo è un romanzo corale nel quale la storia della protagonista, Angelica, si delinea attraverso le narrazioni del nucleo familiare di appartenenza distribuite in un arco temporale che va dal 1963 al 2014.
Storie familiari, prima quella della famiglia di provenienza di Angelica, poi quelle da adulta, da madre, sposata, divorziata, risposata.
In ogni tessera, in ogni testimonianza intima di ogni uomo o donna (padre, madre, sorella, fratello, ex marito e via dicendo) ciò che emerge è soprattutto il non detto, la verità che nessuno ammette, dietro alle maschere che ciascuno indossa a seconda della situazione e del momento.
Angelica incontra “l’uomo nero”, è una bambina che cresce con difficoltà, non parla e dunque la storia è tutta lì: nelle parole che non si dicono. Per timore, diffidenza, indolenza, incapacità.
Ciò che mi ha colpito in questo romanzo è stata la scrittura: pur narrando vicende tragiche, mai si respira il dramma, Rosalia Messina nel suo spazio minimo usa una scrittura lieve, essenziale, delicata, che porta dritti al cuore della vicenda senza creare “trame”: lei si limita ad uscire in terrazza a stendere i panni al sole. Si china, ne prende uno, poi prende una molletta e lo distende sul filo, ad asciugare. Voi siete affacciati alla finestra di fronte e osservate mentre l’indumento si gonfia d’aria così da distenderne le pieghe, rivelando il suo colore, la sua consistenza, il suo odore di pulito.
È così che ho letto Uno spazio minimo, in silenzio, ascoltando l’impercettibile rumore dell’aria che asciuga.

Come dicevo, in una settimana di confusione estrema, lo spazio minimo delle vite che passano svelandosi in punta di piedi, è stato un contrappunto che mi ha riportato alle cose vere, essenziali, lontane dalla baraonda dalla quale siamo sommersi, alla voglia di pensiero più che di parola.
In mezzo al silenzio doloroso del non detto, la voce di Angelica, che pure crescerà e diventerà una donna:  “…so ancora sognare. Ho lottato e a volte mi sono arresa. Ho urlato, sussurrato, sorriso e pianto. Ho camminato, viaggiato, traslocato molte volte. Ho ricominciato da capo, voltato pagina. Ho temuto di non sopravvivere e invece sono qui. E ho cantato, tanto. E danzato, per minuti, ore. Ho mentito, bugie piccole e grandi, verità facili e verità scomode. Ho desiderato essere altro e accettato di non poter essere altro che Angelica Alabiso dalle molte vite, dai molti errori, con le sue ombre e le sue luci.”

Un libro che termini e ti spiace che sia finito, uno di quelli che ti lascia lì nel silenzio della notte a riflettere: mettersi in relazione con gli altri. Quale altro potrebbe essere il senso dell’esistenza?

Mi piacerebbe, prima o poi, incontrare Rosalia, so che avremmo molte cosa da dirci. Per il momento sulla cartolina le scrivo grazie per questo piccolo, grande romanzo.

Rosalia Messina, Uno spazio minimo, Melville Edizioni

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Gli eroi? Spariti

… e allora largo agli antieroi, ma che siano simpatici

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E’ trascorso qualche tempo dall’invio dell’ultima cartolina. Non che abbia smesso di leggere, nella mia tana qualche romanzo è passato, ma – lo confesso – nonostante per qualcuno di essi avessi delle aspettative, devo dire che sono stati deludenti e io invio cartoline solo agli autori dei libri che mi sono piaciuti.

Per fortuna è arrivato questo romanzo breve che ho letto in un soffio: Tutto male finchè dura di Paolo Zardi, il cui protagonista è un perdente a 360 gradi, uno che ha perso tutto senza neanche sapere come: casa, lavoro, famiglia. Conosce il carcere, vive di espedienti, prova a fare il dentista abusivo per povera gente che non può permettersi un dentista vero, ha debiti con un usuraio e come se  non bastasse due criminali corpulenti gli danno la caccia. Così non ha altra scelta che presentarsi a casa della sua ex moglie fintanto che non gli si presenti l’occasione (naturalmente illecita) per risolvere i suoi problemi. Marta, la sua ex che ha abbandonato molti anni prima, nel frattempo con le sue sole forze e la modesta caparbietà di madre single, ha cresciuto due figlie: Elisa ha ormai sedici anni ed ha un talento innato per la fotografia e Lucia, nove anni, un vero e proprio genietto che sogna di inventare improbabili marchingegni.
E’ un protagonista disperato e terribilmente scorretto quello che ci regala Paolo Zardi, uno di quelli che non ne azzecca una. Uno che vorrebbe fare il furbo e passerebbe perfino sul cadavere di suo padre malato pur di ottenere quello di cui ha bisogno per levarsi dai guai, anche se mai, neanche per un momento, viene da definirlo un delinquente.
La cosa divertente è che lui nemmeno si ricorda come quando e perché la sua esistenza sia andata a rotoli, è incapace di darsi e dare una spiegazione, non sa quando è cominciata e, tra peripezie e colpi di scena che si avvicendano rapidi, il nostro balzano protagonista senza morale e completamente (pare) anaffettivo approda a un finale che capovolge e contraddice quanto accaduto in precedenza.
Insomma in questo romanzo è tutto egregiamente strampalato e un protagonista che dovrebbe risultarci odioso (mio Dio, è un padre vigliacco che sarebbe pronto a fregare i soldi delle figlie, è sessualmente ingordo e non disdegna incontri ai quali approda tramite una chat al limite dell’indecenza, non vede l’ora che il padre muoia perché confida nell’eredità). Invece.

Invece no, gli stiamo dietro, alle spalle, per tutta la durata della narrazione che scorre rapida tra i continui cambi di rotta e siamo lì a sostenerlo, a fare il tifo per lui, ad aspettare che arrivi la redenzione, la fortuna o come vogliamo chiamarla.
Arriverà ? Leggetelo per saperlo, il romanzo, che inizia con una scena in cui un uomo è inginocchiato davanti a una lavatrice, si chiude su quella stessa scena.

“Tutto il tumulto che c’è stato in mezzo – l’affannarsi quotidiano, i rotolamenti scomposti, la paura e l’amore, i denti, le tonnellate di cibo ingerito, e i miliardi di litri d’aria ispirata, le albe e i tramonti e i giorni trattenuti tra le braccia -, di quel casino che per tutta la vita lui aveva chiamato vita, non rimarrà niente.

Romanzo intenso come un fulmine a ciel sereno, una storia contemporanea, un antieroe che ci racconta del nostro tempo. Se questi che viviamo non sono più tempi da eroi , allora che gli antieroi siano vivi, simpatici, scorretti.
Alla fine, quasi sempre e al netto delle ipocrisie, saranno molto più umani di quanto non si pensi.

PAOLO ZARDI, TUTTO MALE FINCHE’ DURA, FELTRINELLI

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Paolo Zardi, nato a Padova nel 1970, ingegnere,  ha pubblicato il romanzo breve Il Signor Bovary (Intermezzi, 2014) e i romanzi La felicità esiste (Alet, 2012), XXI Secolo (Neo Edizioni, 2015), con cui è stato finalista al Premio Strega 2015, e La passione secondo Matteo (Neo Edizioni, 2017). Per Feltrinelli ha pubblicato, nella collana digitale Zoom Flash, Il principe piccolo (2015), La nuova bellezza (2016) e Le città divise (2018). È il primo autore italiano a essere stato tradotto e pubblicato dalla rivista “Lunch Ticket” (Università di Antioch, Los Angeles) con il racconto Sei minuti. Cura il blog grafemi.wordpress.com.

Una cartolina per la Giornata del Libro

Al romanzo La Malasorte

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Oggi è la Giornata del Libro, così, quando ormai il giorno sta volgendo al termine, ho deciso che per una volta volevo pensare a me, così mi invio una cartolina.
La Cartolina è vuota, non contiene il mittente né il titolo del libro del quale di solito scrivo, perché comunque è simbolo di atto d’amore verso questi pianeti che attraverso che sono appunto i libri.
Il mio ha cominciato da poco a muovere i suoi passi, ha già raccolto impressioni positive, ma non è di questo che voglio scrivere.
Questo è il mio secondo romanzo e arriva dopo sette anni: ho impiegato molto tempo a scriverlo perchè per me esiste un solo presupposto che mi spinge a isolarmi dal mondo per lavorare sulle parole, sui personaggi e le loro vicende: la convinzione di avere una buona storia da raccontare. La Malasorte per me lo è stata.
Io non so quanto il romanzo andrà lontano, ma non è importante questo: vorrei che questa storia d’amore e di violenza, di paesi abbandonati e fantasmi perduti che nessuno vuol più ascoltare – ma esistono – viva nelle emozioni e nella coscienza di chi lo leggerà.

Tutto qui.

Un saluto a tutti dalla mia tana, con amore

Daniela

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Un romanzo nato con la musica

E se toccasse a noi?

Un uomo una donna una bambina in viaggio verso “dove ancora vivono gli uccelli”

30726618_10211693928811658_6080309515033509888_nHo letto questo romanzo diverso tempo fa, l’ho molto apprezzato, ma ho aspettato prima di inviare una cartolina all’autore. La storia infatti mi è subito sembrata adatta a una lettura in classe (leggiamo sempre libri ad alta voce, almeno due o tre all’anno). Così ho attraversato una seconda volta la desolazione del paesaggio di un’Italia devastata da una catastrofe causata da un cambiamento climatico, tra scene macabre e toni poetici, che Francesco Aloe ci descrive nella storia; l’ho fatto insieme ai suoi tre protagonisti – l’uomo, la donna, la bambina – e a ventitré adolescenti di una seconda dell’Istituto Tecnico nel quale insegno. Abbiamo finito il libro la scorsa settimana e non mi ero sbagliata: la storia, lo stile rapido e asciutto dell’autore hanno immediatamente catturato i ragazzi. In modo particolare – mi piace dirlo – M. (che è studente sveglio ma inguaribilmente svogliato, sempre attaccato al suo cellulare) quando mi vedeva arrivare con il libro in mano si illuminava tutto al grido di “posso leggere io?”. In pratica è stato lui il lettore ufficiale de L’ultima bambina d’Europa.
Sono quei piccoli miracoli che per fortuna incoraggiano quelli che come me a scuola i libri li leggono per intero allo scopo di appassionare, emozionare, svegliare i ragazzi. La storia, inoltre, contiene spunti di riflessione davvero molto forti, perché Francesco ha scritto questo romanzo partendo da una domanda: se fossimo noi ad avere la necessità di attraversare una terra devastata per imbarcarci in cerca di salvezza in Africa?
Io non scrivo di questo libro, perché imbucando la cartolina nella cassetta degli insegnanti, lascio che a parlarne sia Samuele, 15 anni, che del libro ha scritto:

“L’ultima bambina d’Europa è un romanzo significativo. L’obiettivo dell’autore è di farci provare i sentimenti, le difficoltà, la tristezza, la disperazione che provano quelle persone che vivendo in paesi poveri sono costretti a fare percorsi difficili, a volte mortali, per raggiungere una speranza, un paese promesso, affidandosi a persone che agiscono per soldi, senza pietà, approfittatori delle circostanze di bisogno. E’ un viaggio al contrario sul quale riflettere molto. Mi è piaciuto lo schiaffo morale che dà alle persone che considerano quelli costretti a emigrare solo degli scansafatiche, quando invece sono vittime di catastrofi e guerre.
L’autore usa parole essenziali, ma scelte con cura, riesce a costruire un film mentale nel lettore, dando tutti i particolari e i dettagli possibili tiene alto l’interesse con suspense e flashback. Leggendo questo libro mi sono perduto in una storia semplice e potente.
Cosa faremmo noi se ci capitassero le cose che capitano a questi disgraziati? Questo libro ce lo lascia immaginare con una storia che arriva dritta al cuore e lo stringe in una morsa. La scrittura pulita, accorta e misurata dell’autore, con i punti fermi frequenti allo scopo di farci fermare, riflettere e immaginare, rende tutto più vero e reale.
Lo scopo è quello di far vedere il mondo al rovescio e farci capire cosa devono affrontare le persone che arrivano qui. L’obiettivo dello scrittore è ben riuscito.”

Romanzo consigliato a ragazzi e adulti e agli insegnanti che come me cercano buone storie da raccontare.

Buona lettura e davvero grazie a Francesco Aloe: sappia che quando trovo un romanzo che arriva a destinazione e cattura i ragazzi come questo lo adotto per sempre.

F. Aloe, L’ultima bambina d’Europa, Alter Ego Edizioni

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La menzogna sul sud e le madri di gelsomino

Una storia del sud che ci ha provato

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La Cartolina di oggi, nella prima vera domenica di sole primaverile di questo anno, la mando a Gioacchino Criaco e lo faccio con tutto il cuore per il bellissimo libro che è Le Maligredi.
Giaocchino Criaco è uno scrittore calabrese ormai noto, dieci anni fa pubblica Anime Nere, romanzo dal quale è stato tratto un film di successo. E dopo Il Saltozoppo (edito da Feltrinelli) ci regala un’altra storia di Calabria, ma questa volta diversa.
Siamo di nuovo nell’Aspromonte, terra di origine di Criaco, ad Africo, il suo paese, tra gli anni cinquanta e sessanta, dove il protagonista – Nicola – insieme ai suoi amici cresce tra santi, miracoli, malandrini e sogni.
Da Africo non passa il treno, se ti vuoi muovere il treno lo devi prendere saltandoci sopra per salire e buttandoti giù per scendere, approfittando dei tratti in cui il treno rallenta. Mi fermo a pensare: per quanto tempo i calabresi hanno vissuto saltando da un posto all’altro prendendo treni diretti altrove?
Ad Africo si cresce nella ruga, nella strada, ed è qui che cresce Nicola, con una madre e due sorelle. La ruga è una grande famiglia tenuta insieme dalle donne. Il padre di Nicola, partito per la Germania, non è tornato.
La storia è prima di tutto un omaggio alle madri di Calabria, quelle che hanno lavorato duro, quelle che hanno visto i figli partire o che hanno avuto la sventura di “avere figli sbagliati” senza alcuna colpa, in un ambiente senza prospettive di sviluppo, con gli gnuri, i proprietari di terra, che fanno i loro affari, lo Stato che si vede soltanto quando deve  indossare le uniformi per riportare l’ordine ove scoppia il disordine, i malandrini che sono rispettati da tutti in quanto dritti. 
Nicola e i suoi amici subiscono un duplice fascino rappresentato dalle due possibili prospettive dei giovani africoti: da un lato l’opportunità dei soldi facili, dall’altro la speranza del cambiamento, l’istinto alla lotta, sotto l’influenza di Papula, colui che li incita alla rivolta: Africo ha la sua industria – dice Papula – è l’Aspromonte, Africo deve avere la sua stazione ferroviaria. Il treno che si ferma, la modernità intesa come mezzo per emanciparsi dalla condizione di eterni capri espiatori di soprusi e interessi malavitosi crescenti.

Non voglio svelare nulla di più sulla trama, cosa faranno Nicola, Papula e gli altri abitanti della ruga, se non darvene la suggestione. Le maligredi ha un intreccio fitto e complesso, ma condotto con grande maestria, composto in un romanzo del quale rimangono personaggi che non vi abbandoneranno facilmente.
Soprattutto le donne, le madri, raccoglitrici notturne di gelsomini: «Le nostre madri che erano mamme di gelsomino, fate a colori che ogni notte estiva l’accendevano come lucciole: contavano ottomila gemme bianche, raccolte delicatamente per non sciuparle, e le depositavano con cautela nel sacco di lino o nella cesta di junco. (…) Da mezzanotte a giorno fatto cantavano in mezzo ai filari di gelsomino per ingannare come sirene quei timidi vampiri bianchi che si richiudevano nelle loro bare profumate per sfuggire a un sole, per loro, mortale. Ottomila fiori ci volevano per fare un chilo, e le donne li contavano perché i padroni non le imbrogliassero sul peso; le campionesse arrivavano a quarantamila per notte, per riportarsi a casa quelle poche lire buone a riempire le pance dei figli. Solo chi le ha odorate, quelle albe dense di ritorni profumati, sa quanto eroismo c’è stato nelle madri calabresi. Solo chi li ha visti, i trucchi buoni a trasformare qualche cucchiaio di triste concentrato di pomodoro in sontuose e invitanti pastasciutte, ha assaggiato il coraggio magico delle madri calabresi. Solo chi c’è stato, nella pancia del popolo calabrese, può saperlo che ci abbiamo provato a essere migliori.»

Questo vi basti. Pagine che hanno un profumo denso del gelsomino, chiudendo il libro chiudi gli occhi e lo puoi sentire, come nelle sere d’estate, quando quel profumo sembra di buon auspicio per qualcosa di buono che deve ancora accadere.

Gioacchino Criaco, Le Maligredi, Feltrinelli

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I racconti sono come le pallottole…

Avete a disposizione un certo numero di vite da vivere

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… sì, come le pallottole: rapidi, vanno a segno solo se hai buona mira e buona pratica di occhi, mani e simultaneità dei sensi.
Se avete remore o siete scettici sulla lettura di racconti, provate con questo libro: La donna che scriveva racconti.
E’ un libro che ho letto un paio di anni fa, ma mi è tornato in mente ieri perché su facebook qualcuno chiedeva consiglio su un buon libro di racconti da leggere. Non ho avuto bisogno di pensare, mi è venuto in mente questo.
Di Alice Munro si sa molto, anche perché ha vinto un Nobel che l’ha resa famosa. Non altrettanto si può dire di Lucia Berlin che, nata in Alaska nel 1936, ha avuto un’esistenza difficile: una salute fragile, problemi di alcolismo, matrimoni falliti, quattro figli da mantenere, i primi due avuti con un uomo che abbandonò lei e i suoi due figli, gli altri due con un musicista jazz dal quale divorziò.
Una vita in viaggio tra stati e città diverse, spesa a fare i mestieri più disparati: insegnante, centralinista, impiegata in un’ospedale, donna delle pulizie, assistente di un medico. Muore a 68 anni, a causa di una malattia che la tormentò tutta la vita.
Leggendo i racconti si respira immediatamente la sua esperienza di condizioni ed esseri umani diversi, si entra nella vita di molti personaggi e tutta l’esperienza personale dell’autrice entra nella narrazione: “ingigantisco le cose, mescolo realtà e finzione, ma non mento mai“, disse lei stessa. Che bisogno aveva? La sua stessa vita è stata un romanzo.
Troverete personaggi memorabili, come quello della domestica che ritrae in tante piccole istantanee le signore, o anche qualche signore, per cui lavora.
C’è la cronaca del mondo occidentale, la working class che lei ha conosciuto bene e della quale narra la solitudine e la vita minuscola della quale nessuno si occupa. Una malattia che tutti noi abbiamo contratto. Sono storie semplici eppure profonde, narrate con un stile pulito, storie vere, mai inventate appunto. Tra gli anni Ottanta e Novanta Lucia Berlin riceve finalmente una serie di premi prestigiosi che la fanno entrare nell’Olimpo dei grandi scrittori americani.
Una piccola curiosità: il titolo originale del libro è A Manual for Cleaning Ladies che potrebbe essere tradotto come Manuale per donne delle pulizie, o Manuale per pulire le donne. In italiano è stato tradotto con La donna che scriveva racconti e, considerando che è stata paragonata a Carver, a Yates, a Saunders e altri grandi scrittori americani, non si potrebbe fare che per una volta una donna scriva racconti senza bisogno di puntare l’accento sul suo essere un’aliena e siano gli altri ad essere paragonati a lei?
Lei, Lucia Berlin, tra l’altro era una donna molto bella e belle sono tutte le storie degli invisibili contenuti in questa raccolta.

Avete a disposizione un certo numero di vite da vivere.
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La donna che scriveva racconti, Lucia Berlin, Bollati Boringhieri

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Sono puri i loro sogni

Genitori, giù le mani da whatsapp

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In queste ultime settimane la cronaca di racconta spesso di insegnanti aggrediti da genitori o da studenti, a volte in maniera perfino violenta.
Qualche giorno fa leggevo nella mia quarta un racconto di Erri De Luca, Il pannello, che racconta invece com’era la vita nella scuola nell’anno 1966/67, nella quale vigeva “la disciplina caporalesca degli insegnanti” e dove per una marachella “nessun retroterra familiare si mostrò comprensivo nei confronti della colpa: tempi tutti d’un pezzo, non era solo a scuola il campo del dovere, esso si estendeva a tutta la piccola vita privata. Se un ragazzo non si trova di colpo solo al mondo, mai cresce“.
Due universo così lontani l’uno dall’altro e così contrapposti da farci chiedere: cosa è successo alla scuola da essere passati dall’eccesso di ieri e quello di oggi? Perché non abbiamo saputo creare una scuola fondata sul rispetto che è la prima regola di qualsiasi comunità vivente?

A questa ed altre domande risponde egregiamente Matteo Bussola nel suo “Sono puri i loro sogni” scritto, da genitore di tre figlie per sollecitare un “passo indietro che, come genitori, dovremmo fare per lasciare i nostri figli liberi di vivere e sbagliare, permettendo loro di confrontarsi con l’opportunità di crescita che ogni ostacolo contiene.”
Proprio qualche giorno fa ho assistito a un episodio che riporto qui: un bambino di prima elementare con buon profitto al quale la maestra non ha dato un voto pieno perché, a suo giudizio, ancora deve imparare un maggiore ordine nei quaderni. La maestra ha fatto pienamente il suo mestiere, ignara tuttavia del fatto che le madri dei bambini di quella classe hanno il famigerato gruppo su whatsapp e postano quotidianamente le foto dei quaderni dei pargoli, innescando una spirale di confronti e di competizioni. E’ un segno dei tempi davvero brutto quello in cui i bambini sono usati come strumenti per il proprio autocompiacimento.

Matteo Bussola, dopo il successo di Notti in bianco, baci a colazione, ha voluto scrivere questo piccolo libro che tutti i genitori dovrebbero leggere (come il precedente) dichiarando che siamo passati: “da un mondo in cui la scuola era un’istituzione intoccabile e gli insegnanti avevano ragione a prescindere, a un mondo in cui noi genitori tentiamo di difendere i nostri figli da chiunque cerchi di metterli in crisi – compresi gli insegnanti – da qualunque difficoltà, dimenticando che entrambe sono, invece, strumenti indispensabili per diventare adulti.

Un libro che riflette la pericolosa ingerenza dei genitori nella scuola, che non fa bene ai ragazzi, li rende meno autonomi e meno responsabili, puntando – lui stesso dice – “a (ri)creare una nuova alleanza genitori-insegnanti. Perché abbiamo a cuore lo stesso interesse, visto che i nostri figli e i loro studenti sono gli stessi bambini. Non dovremmo scordarlo mai.”

Io spero che nel suo peregrinare su e giù per l’Italia a parlare di questo libro, Matteo capiti anche dalle mie parti: la scuola, da insegnante, mi sta a cuore più di ogni altra cosa e ho trovato il suo libro quanto mai opportuno, oltre che una bella lettura perché l’autore ha il grande dono della leggerezza.

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Chi volesse approfondire qui c’è la mia intervista a Matteo Bussola su Notti in bianco, baci a colazionehttp://www.youbookers.it/articolo/2016-08-05/Un-libro-in-3D—Tre-domande-all-autore-3

Matteo Bussola (Verona, 1971) nella sua vita passata era architetto. A trentacinque anni ha deciso di cambiare tutto. Oggi fa il papà di Virginia, Ginevra e Melania. Per lavoro disegna fumetti, e quando è in debito d’ossigeno scrive. Notti in bianco, baci a colazione, il suo primo libro (Einaudi Stile Libero 2016), ha avuto una grande accoglienza ed è stato tradotto in molti Paesi. Sempre per Einaudi Stile Libero, ha pubblicato Sono puri i loro sogni (2017). Tiene una rubrica settimanale su «Robinson», l’inserto culturale de «la Repubblica», dal titolo Storie alla finestra.