Non abbiate paura della poesia

Riprendiamoci l’umanità

Annunci

cartolina-vuota_LI

Questa cartolina è un ringraziamento di cuore a Pasquale Allegro per avermi voluta alla presentazione ieri sera Presso il Parco Letterario “M. Pane” di Adami a presentare la sua nuova creatura: Baco da sera, una raccolta di poesie.

Archibald MacLeish (1892-1982), poeta statunitense, in una sua poesia (Ars poetica) disse che una poesia non deve significare, ma essere: la poesia deve essere una sensazione, deve originare un’emozione, deve muoverci qualcosa di umano che ci vibra dentro, deve spalancare mondi alla visione.
La poesia non è molto di più che parola. È espressione di sé attraverso la rappresentazione di situazioni ed emozioni di uno scrittore, si concentra sul COME SI DICE E NON TANTO SU COSA SI DICE.
E’ un puzzle composto da più pezzi che devono essere messi insieme per costruire un quadro completo: il poeta lo comunica nel suo stile, sta al lettore scoprirlo.

Prima di pubblicare questo libro di poesie, Pasquale Allegro ha dato alle stampe un romanzo: Collezioni di cielo: un giovane uomo che attraversa fasi della vita e dubbi sotto diversi pezzetti di cielo e alla fine sceglie il ritorno e gli affetti. Non sa se sia la cosa giusta ma guarda a un tempo fatto di abbracci, di sorrisi, di amicizia, di famiglia, del figlio che dovrà crescere. Quello che mi colpì del romanzo, più che la trama, fu proprio la lingua utilizzata: una lingua poetica, impalpabile, leggiadra.

non finirò mai di ripeterti che viviamo tutti sotto lo stesso cielo. Io lo credo ancora. Per questo vorrei tornare a ridipingere le mie ore sotto il soffitto di stelle che sovrasta i silenzi del nostro piccolo paese. La luna è un sorriso stasera. E mentre contempli il suo ghigno benevolo, non fai altro che condividere con me la stessa finestra sul cielo.”

Bentornata poesia, era il titolo di un capitolo di quel romanzo e già in quel libro è raccontata l’anima delicata e sensibile che Pasquale ha messo anche in queste poesie.

Io non sono una critica letteraria, sono un’insegnante che spesso si scontra con la difficoltà di far amare la poesia agli adolescenti di oggi, in un mondo in cui la bellezza, l’empatia, la conoscenza, sembrano avere sempre meno posto. Eppure è necessario farlo, perché solo ripartendo dal riconoscere e riconoscersi che possiamo dare vita ad adulti nuovi e più consapevoli.

La poesia non è soltanto significato, è scoperta, il bello della poesia è che ha una forma, dei suoni e chi si avvicina a questa difficile arte di mettere insieme le parole per creare un effetto che abbia una sua unicità è, non solo coraggioso, ma deve essere bravo:  Pasquale Allegro è coraggioso, perché scegliere la poesia è una strada impervia – oggi è difficile pubblicare poesia – ma va detto che Pasquale è anche bravo, nel senso che dicevo prima: la poesia non deve avere un significato, deve ESSERE, così come gli esseri umani. Spendiamo l’intera esistenza a porci domande senza risposta o a darci le risposte che più ci aggradano, me nel frattempo perdiamo pezzi. Questi pezzi spesso la poesia ce li restituisce, come sassolini da mettere insieme, come pezzi di cielo, come umanità restituita al suo senso.

Un esempio, tra le liriche che mi hanno colpito (ce ne sarebbero molti, ma lascio alla vostra lettura scoprirli)

Stessa carne
La stessa carne
a varcare il tempo
a rimettere in volo la vita
dalla morsa e l’attesa
di piccole mani che stringono
tra la terra e il cielo
il primo pianto di mamma

Eccola la sintesi della vita: siamo la stessa carne, le piccole mani che stringono, che si aggrappano alla vita. Il pianto di una madre: il più grande dolore, la gioia più grande.

Soltanto i veri poeti solcano questi mari: la sensibilità, lo sguardo sempre oltre, la ricerca della parola che può essere quella e quella soltanto, un lavoro di ricerca e di cesello.

Con questa raccolta, Pasquale Allegro dimostra tutti il suo talento maturo e ci regala la poesia così come dev’essere: qualcosa che ci arriva come un fulmine tra capo e collo, che cambia la visione delle cose con una manciata di parole, che ci interroga e pone dei dubbi.

I poeti: folli, sognatori, rivoluzionari:

Baco da sera
Corrispondo
fin d’ora
e per sempre
al tocco setoso
di labbra e di stelle

Pasquale Allegro, Baco da sera, Controluna Edizioni

9788885791244-220x320

Pasquale Allegro

Pasquale Allegro (Lamezia Terme, 1976) è laureato in filosofia con una tesi sulla scrittura di Elie Wiesel. Lavora nell’editoria, scrive recensioni di libri e si occupa di cultura per diversi giornali, riviste e blog. Ha pubblicato il romanzo Collezioni di cielo (Premio Muricello, 2016), ed è stato premiato in concorsi di poesia.

A spasso nel bosco

Ogni tanto fa bene respirare

42175750_358044821402979_2751514117498994688_n

Thomas Hardy è uno dei massimi esponenti del romanzo inglese dell’Ottocento, famoso soprattutto per i romanzi Tess dei D’Urbervilles e Via dalla pazza folla.
Questo che Fazi ha dato alle stampe è invece un romanzo meno noto dell’autore.

Nel bosco racconta la storia d’amore fra un ragazzo semplice, Giles Winterborne, e la giovane Grace Melbury, figlia di un commerciante di legname, la quale però per volontà paterna possiede un’istruzione al di sopra del suo rango e sposa per questo un medico. La vita dei tre protagonisti del romanzo si dipanerà in vicende complesse dagli esiti inaspettati.

Perché leggere un romanzo così fuori dal tempo e appassionarsi alla storia controversa e romantica della protagonista Grace Malbury?
La risposta sta nel titolo del romanzo citato sopra: si va via dalla pazza folla, immersi nella grazia di una scrittura che respira e restituisce respiro: si sente l’odore del legno e il rumore della pioggia, i fruscii dei vestiti e le voci dei boscaioli come se ci fossimo nel mezzo. Le passioni degli uomini vivono nel respiro della natura che abitano.
L’ho letto con grande piacere, perché ogni tanto ho bisogno di riscoprire classici e capolavori del passato dimenticati.
Poi, vivendo accanto a un bosco, non ho potuto fare a meno di accostarmi a questa lettura catturata dall’immagine della copertina, e l’istinto non mi ha tradito:

Egli aveva l’aspetto e il profumo dell’autunno, con il viso del color del grano, bruciato dal sole, gli occhi azzurri come il fiordaliso, le maniche e i calzoni macchiati dagli schizzi della frutta, le mani appiccicose per il succo di mele, il cappello spruzzato di semi; ogni cosa in lui sapeva del sidro, dell’atmosfera di quella stagione che ogni anno, al suo arrivo, esercita un fascino indescrivibile su tutti coloro che sono nati e cresciuti tra i frutteti. Il cuore di Grace rinvenne dalla tristezza come un bocciolo ridestato alla vita; i suoi sensi si eccitarono, abbandonandosi a quell’improvviso ritorno alla Natura selvaggia. La responsabilità di doversi comportare degnamente, in ossequio alla posizione di suo marito, e tutta la vernice di finzione che aveva acquistato frequentando le scuole più eleganti, vennero gettate da parte, ed ella tornò a essere la semplice ragazza di campagna di una volta, con tutti i suoi istinti originari, e ancora latenti.”

nel-bosco-light-674x1024

L’amore negato: un esordio promettente

La qualità più bella per un rivoluzionario è l’amore!

41633908_456280164876508_8147146617951092736_n

La qualità più bella per un rivoluzionario è l’amore!
L’amore per l’umanità, per la verità e per la giustizia.
E. (Che) Guevara

Si può iniziare una cartolina (che ricordo sempre sono semplici e brevi impressioni di letture) con una citazione di un ormai abusatissimo simbolo qual è Che Guevara? Prima di iniziare ho riflettuto e mi sono risposta che sì, perché le parole qua sopra introducono alla perfezione al romanzo breve di Anna Laura Fazzari, L’amore negato.

Un esordio bello e appassionato quello della giovane Anna Laura, che ci consegna una storia d’amore intrecciata a una storia di lotta: la protagonista, Nietta, è sopravvissuta alla Resistenza, ma ha visto morire ciò che le era più caro e dunque la sua sete di giustizia non si ferma con la fine della guerra e la nascita della repubblica.

Nietta rappresenta la vittoria e la sconfitta insieme: la libertà dal fascismo costata la morte di migliaia di giovani che si sono immolati per una causa nella quale credevano oltre ogni cosa, ma anche ciò che di quella dittatura è sopravvissuto. Ecco che l’amore per l’umanità richiede l’amore per la verità.

E la verità è lo scopo della vita di Nietta, ne paga un prezzo altissimo: la negazione di se stessa sopravvissuta, la vita trascorsa accanto al ricordo di ciò che è stato, nel pensiero di ciò che avrebbe potuto essere e le è stato negato.

Forse in un altro luogo e in un altro tempo: ma non si può scegliere il momento in cui nascere e vivere, si può soltanto scegliere da che parte stare.

La trama del romanzo si disvela a piccoli passi, capitolo dopo capitolo e soltanto alla fine appare chiaro l’intento di Nietta, il suo sacrificio finale, estremo, dai connotati fortemente simbolici.

Non si elimina la memoria, non si possono alterare i ricordi del proprio vissuto di uomini e donne e ciò che si leva con la forza della sopraffazione ad altri esseri umani – che sia la vita o il sogno di quella vita non fa differenza – ci divide in buoni e cattivi, in esseri morali o immondi.

L’amore negato è una storia d’amore raccontata da una donna dal destino segnato. Noi tutti, ancora oggi, siamo figli di quel destino: ciò che in passato ha diviso e continua a dividere ciò che è giusto da ciò che non lo è. E nonostante sembri un paradosso, non stiamo dalla stessa parte.

Un esordio carico di promesse quello di Anna Laura Fazzari, alla quale auguro di continuare a scrivere ed essere sempre quella che è: passione, impegno, immaginazione e ingegno.

Non c’era rimasto nulla di bello nella mia vita, dopo quella dittatura, capace solo a negarci tutte le libertà, compresa quella di amare. E tra tutte le privazioni della libertà, la peggiore è sicuramente quella della libertà d’amare. Perché vedi, noi amiamo comunque, nonostante qualcuno o qualcosa ce lo impedisca. L’amore diventa la più grande forma di libertà e di resistenza. Ecco da dove proveniva la mia forza, ecco da dove si rigenerava la vita dopo aver attraversato l’orrore.”

Anna Laura Fazzari, L’amore negato, Talos Edizioni

9788898838967_0_0_0_75

 

Cominciare bene: un libro di un prof

Buon anno ai prof!

40608091_323263851755074_8639754962798116864_n

L’inizio di un nuovo anno scolastico è sempre un’incognita, un po’ come partire per un viaggio di incerta destinazione e forse è proprio questo l’aspetto positivo del mestiere più bistratto del mondo (finché ci lasciano in pace a fare quello che dobbiamo fare)
Dunque un consiglio dalla mia tana: EHI PROF! di Frank Mc Court, che io ho letto qualche anno fa. Già nel prologo ci sono delle cose che mi hanno rincuorata, non ultimo il fatto che l’autore ha scritto il suo primo libro a 66 anni e il secondo a 69 (.. per cinque giorni alla settimana hai cinque classi di liceali al giorno, non sei tanto propenso a tornare  a casa, sgombrare la mente e vergare una prosa immortale..)
Eureka, io ho cominciato a scrivere a quasi 50, quindi ho speranza! Ovvio aver provato immediata simpatia per McCourt.

E’ un libro sincero e divertente sulla lunga esperienza di insegnamento dell’autore, vi lascio qualche riga: per me già queste sono uno specchio perfetto.

Eccoli che arrivano
E io non sono pronto
Come potrei?
Sono un insegnante, e sto imparando il mestiere
(Cap. I, Lunga è la vita della pedagogia)

Sembrava chiaro che non ero tagliato per diventare uno di quei professori tutti d’un pezzo che liquidano qualsiasi interruzione alla lezione meticolosamente preparata. … io sognavo una scuola in cui gli insegnanti fossero ispiratori e mentori, non negrieri. Non avevo nessuna particolare teoria della didattica, ma sapevo che con i burocrati, con i dirigenti fuggiti dalla cattedra all’unico scopo di rompere le scatole a professori e alunni insieme, mi trovavo a disagio. Era sempre controvoglia che riempivo i loro moduli, seguivo le loro direttive, dispensavo i loro esami, sopportavo la loro invadenza, mi adeguavo ai loro programmi.  Se un preside mi avesse detto: professore la classe è sua ci faccia quello che vuole, io a mia volta avrei detto agli alunni: scansate le sedie, sdraiatevi per terra e dormite.

Come?
Ho detto dormite.
Perché?
Cercate di capirlo da soli, mentre state lì per terra. Loro si sarebbero sdraiati e qualcuno si sarebbe appisolato. Avremmo sentito delle risatine. Glia addormentati avrebbero ronfato. Io mi sarei steso per terra accanto a loro e avrei chiesto se qualcuno conosceva una ninna nanna. Sicuramente si sarebbe messa a cantare una ragazza e qualcuno l’avrebbe imitata. Magari un ragazzo avrebbe detto: cavoli, pensate se entra il preside. Professore quand’è che ci alziamo? Qualcuno dice: zitto bello. E il ragazzo si zittisce. Suona la campanella e loro piano piano si tirano su. Escono dall’aula rilassati e sconcertati. Per favore, non chiedetemi perché farei una lezione del genere. Sarà l’ispirazione….

.. suona la campanella e i ragazzi mi ricoprono di coriandoli. Mi fanno molti auguri e io li ricambio. Mi avvio tutto variopinto lungo il corridoio.
Ehi prof!
Grida qualcuno
Lei dovrebbe proprio scrivere un libro, sa?
 Ci proverò.

ehi, prof

Estate: tempo di libri, meglio se intelligenti

Pura razza bastarda: e se fossimo coinvolti anche noi?

36898410_10212214737511550_7004118531855876096_n

La prima cosa che di questo romanzo si tocca è la corposità, un elemento che potrebbe spaventare. Troppo lungo per me si potrebbe dire. Eppure sappiamo che ci capitano tra le mani romanzi brevi e brevissimi che abbandoniamo alla terza pagina perché annoiano e al contrario romanzi lunghissimi (di cui la tradizione letteraria di ogni paese è ricca) che leggiamo in un batter d’occhio, soprattutto se la materia di cui trattano e la storia che raccontano ci interessano. Insomma è il cosa e come.
Ebbene, sappiate che Pura Razza Bastarda di Paolo Grugni ha pagine che sono tentacoli, avvinghiano dall’inizio alla fine.

Il secondo elemento che mi piace sottolineare di questo romanzo è l’insolito protagonista: Sergio Malfatti, ex partigiano delle Brigate Garibaldi che finisce per fare il poliziotto. La sua figura si staglia netta sulle intricate indagini che si troverà ad affrontare perché il suo spirito, l’idea di legalità, la fede nella prosecuzione dell’azione costruttiva per la democrazia egualitaria che rispondesse alle lotte per l’Italia Repubblicana per la quale ha combattuto, si mantengono durante la narrazione, nonostante le vicende vadano in direzione opposta e lo mettano a dura prova.

E siamo alla narrazione: Pura Razza Bastarda è una sorta di diario di alcuni anni cruciali della storia di questo paese. Conosciamo bene la storia della mafia e delle sue infiltrazioni, ma le abbiamo sempre ascoltate, o quasi, raccontate da un punto di vista del sud che le ha prodotte e subite. Qui invece per la prima volta il punto di vista si sposta al nord, quando Sergio Malfatti – poliziotto comunista che ha a che fare con la piccola criminalità e i suoi misfatti a Milano – si scontrerà invece con una realtà del tutto nuova, che non conosce, ma con la quale deve imparare a fare i conti.

Sergio Malfatti ha una madre anziana che non ha mai il tempo di andare a trovare, un matrimonio fallito e una relazione difficile con una donna che ama, Gloria, che si rivelerà essere altra cosa dalla donna che Sergio pensa di conoscere. Ed è un gran tifoso del Milan, la sua unica passione al di fuori del lavoro.

È un diario meticoloso e impietoso quello che ci consegna Paolo Grugni con questo romanzo, un’opera nella quale l’autore si è impegnato e documentato per anni prima di arrivare alla stesura finale: come si è infiltrata la criminalità organizzata a Milano? Quali sono stati i rapporti che ne hanno consentito la ramificazione? Quali sono state le protezioni che ne hanno garantito l’impunità? Ecco che il filo di sangue che dalla Sicilia percorre l’Italia per arrivare al nord si fa più chiara pagina dopo pagina.

Dulcis in fundo Sergio Malfatti sarà contattato dai servizi segreti: incontrerà un uomo misterioso, chiamato il Comandante, che gli affiderà il compito della memoria delle vicende delle quali sarà testimone con le sue indagini. A lui spetterà il compito di mettere insieme le tessere del mosaico.

Perché proprio a lui? Poliziotto integerrimo, ex partigiano e per giunta comunista? Questo ovviamente sta a voi scoprirlo, qui la trama si tinge di giallo.

Pura razza bastarda è la storia vera raccontata con gli occhi di Sergio Malfatti, che registra giorno dopo giorno gran parte delle vicende accadute in questo paese: anni in cui iniziano le bombe, gli attentati, le stragi, i golpe. Anni in cui agivano Gladio e la P2 con i servizi deviati. Anni in cui molta parte della politica lega le sue sorti alle associazioni mafiose per convergere sugli interessi e il controllo della vita economica, politica e sociale.

Anni in cui abbiamo creduto di essere in democrazia soltanto per il fatto che esprimevamo un voto nel chiuso delle cabine elettorali, quando in realtà giochi più alti e calcolati ne neutralizzavano gli effetti.

Si può fare politica in molti modi oggi. Leggere questo libro è uno di questi: passa attraverso il recupero della consapevolezza che non abbiamo mai fatto i conti con il nostro passato recente, che il presente deriva da una corrente sotterranea che non conosciamo a fondo perché mai abbiamo saputo la verità.

Sergio Malfatti si consola con il suo Milan negli anni di Rivera, spesso è stanco e sfiduciato, combatte con armi spuntate un mostro troppo più forte e più grande di lui, ma non molla, ci prova armato, prima che dalla voglia di combattere, da quella di capire.  E noi, cosa abbiamo fatto per capire?

Sappiamo dalla fine del libro che tornerà – e me lo auguro – protagonista di un seguito del romanzo che ci svelerà atri segreti, che getterà luce su altri misteri successivi a quegli anni.

In questo primo romanzo ci lascia di domenica, 31 dicembre 1967
Ultimo giorno di un anno difficile. Impossibile fare bilanci. Non sono un ragioniere, il dare e l’avere dei giorni non sono capace di calcolarlo. Meglio andare allo stadio a vedere Milan-Bologna.  (…) Bella domenica, domani si ricomincia. Alle domande perché e per quanto so che non è mai opportuno trovare risposte. Se alla vita chiedi qualcosa, non aspettarti mai che sia quello che avrai. Raggiungo Gloria per festeggiare, cosa non ne ho idea.”

Io invece un’idea me la sono fatta: è sull’autore, Paolo Grugni (che già avevo avuto modo di apprezzare con altri romanzi come Let it be o L’odore acido di quei giorni) che è bravissimo a raccontare con una voce asciutta e tagliente, con ritmo incalzante, vicende che si intrecciano fino all’inverosimile, portando a termine un progetto che in fase iniziale suppongo debba avergli fatto tramare le vene e i polsi, riuscendo – direi con grande chiarezza e generosità – a tenere insieme tutti gli elementi e a consegnarci il frutto di un impegno gravoso in un romanzo che si legge senza esitazioni. Una voce, la sua, da questo punto di vista fuori dal coro, che non perde tempo a compiacere nessuno con le sue storie: o state fuori o state dentro. La garanzia è l’onestà intellettuale dell’autore che non fa sconti a nessuno.

Pura razza bastarda: ci piaccia o no, ne siamo in qualche modo figli. Meglio conoscerla la razza dalla quale proveniamo tutti, da Nord a Sud, oggi più che mai.

cover razza.jpg

 

L’AUTORE

Paolo Grugni (Milano, 1962). Ha esordito con il romanzo Let it be (Mondadori, 2004; Alacràn, 2007, Laurana, 2017). Ha poi pub­blicato Mondoserpente (Alacràn, 2006), Aiutami (Barbera, 2008 e in ebook per Laurana, 2014), Ita­lian Sharia (Perdisa, 2010), L’odo­re acido di quei giorni (Laurana, 2011 e 2017), La geografia delle piog­ge (Laurana, 2012), L’Antiesorci­sta (Novecento Editore, 2015), Darkland (Melville, 2015). È autore inoltre della silloge Frammenti di un odioso discorso (in ebook per Laurana, 2017). Vive e lavora a Berlino.

Un piccolo, grande romanzo

Mettersi in relazione con gli altri: quale altro senso?

34190680_10211975907060938_2179805621954543616_n

Tengo molto a questa Cartolina per due ragioni: la prima è che la lettura del romanzo di cui mi accingo a scrivere viene da uno scambio, ovvero una segnalazione di uno scrittore di grande pregio quale è Paolo Grugni che ha messo in contatto me e Rosalia Messina. Quindi i rapporti “virtuali” talvolta creano circoli virtuosi nei quali possiamo condividere interessi e passioni, e questo a me piace.
La seconda ragione è che ho letto Uno spazio minimo in un momento molto particolare: le ultime settimane sono state contrassegnata da una gran confusione, vuoi per le vicende politiche, vuoi per coincidenze di vita familiare che sono state un concentrato di preoccupazioni.
Arrivare alla sera (il momento in cui posso dedicarmi alla lettura), infilarmi nel letto e prendere in mano il romanzo di Rosalia, è stato – confesso – un toccasana.
Uno spazio minimo è un romanzo corale nel quale la storia della protagonista, Angelica, si delinea attraverso le narrazioni del nucleo familiare di appartenenza distribuite in un arco temporale che va dal 1963 al 2014.
Storie familiari, prima quella della famiglia di provenienza di Angelica, poi quelle da adulta, da madre, sposata, divorziata, risposata.
In ogni tessera, in ogni testimonianza intima di ogni uomo o donna (padre, madre, sorella, fratello, ex marito e via dicendo) ciò che emerge è soprattutto il non detto, la verità che nessuno ammette, dietro alle maschere che ciascuno indossa a seconda della situazione e del momento.
Angelica incontra “l’uomo nero”, è una bambina che cresce con difficoltà, non parla e dunque la storia è tutta lì: nelle parole che non si dicono. Per timore, diffidenza, indolenza, incapacità.
Ciò che mi ha colpito in questo romanzo è stata la scrittura: pur narrando vicende tragiche, mai si respira il dramma, Rosalia Messina nel suo spazio minimo usa una scrittura lieve, essenziale, delicata, che porta dritti al cuore della vicenda senza creare “trame”: lei si limita ad uscire in terrazza a stendere i panni al sole. Si china, ne prende uno, poi prende una molletta e lo distende sul filo, ad asciugare. Voi siete affacciati alla finestra di fronte e osservate mentre l’indumento si gonfia d’aria così da distenderne le pieghe, rivelando il suo colore, la sua consistenza, il suo odore di pulito.
È così che ho letto Uno spazio minimo, in silenzio, ascoltando l’impercettibile rumore dell’aria che asciuga.

Come dicevo, in una settimana di confusione estrema, lo spazio minimo delle vite che passano svelandosi in punta di piedi, è stato un contrappunto che mi ha riportato alle cose vere, essenziali, lontane dalla baraonda dalla quale siamo sommersi, alla voglia di pensiero più che di parola.
In mezzo al silenzio doloroso del non detto, la voce di Angelica, che pure crescerà e diventerà una donna:  “…so ancora sognare. Ho lottato e a volte mi sono arresa. Ho urlato, sussurrato, sorriso e pianto. Ho camminato, viaggiato, traslocato molte volte. Ho ricominciato da capo, voltato pagina. Ho temuto di non sopravvivere e invece sono qui. E ho cantato, tanto. E danzato, per minuti, ore. Ho mentito, bugie piccole e grandi, verità facili e verità scomode. Ho desiderato essere altro e accettato di non poter essere altro che Angelica Alabiso dalle molte vite, dai molti errori, con le sue ombre e le sue luci.”

Un libro che termini e ti spiace che sia finito, uno di quelli che ti lascia lì nel silenzio della notte a riflettere: mettersi in relazione con gli altri. Quale altro potrebbe essere il senso dell’esistenza?

Mi piacerebbe, prima o poi, incontrare Rosalia, so che avremmo molte cosa da dirci. Per il momento sulla cartolina le scrivo grazie per questo piccolo, grande romanzo.

Rosalia Messina, Uno spazio minimo, Melville Edizioni

spazio-minimo-small

 

Gli eroi? Spariti

… e allora largo agli antieroi, ma che siano simpatici

32918584_10211873331856622_4954024538602995712_n

E’ trascorso qualche tempo dall’invio dell’ultima cartolina. Non che abbia smesso di leggere, nella mia tana qualche romanzo è passato, ma – lo confesso – nonostante per qualcuno di essi avessi delle aspettative, devo dire che sono stati deludenti e io invio cartoline solo agli autori dei libri che mi sono piaciuti.

Per fortuna è arrivato questo romanzo breve che ho letto in un soffio: Tutto male finchè dura di Paolo Zardi, il cui protagonista è un perdente a 360 gradi, uno che ha perso tutto senza neanche sapere come: casa, lavoro, famiglia. Conosce il carcere, vive di espedienti, prova a fare il dentista abusivo per povera gente che non può permettersi un dentista vero, ha debiti con un usuraio e come se  non bastasse due criminali corpulenti gli danno la caccia. Così non ha altra scelta che presentarsi a casa della sua ex moglie fintanto che non gli si presenti l’occasione (naturalmente illecita) per risolvere i suoi problemi. Marta, la sua ex che ha abbandonato molti anni prima, nel frattempo con le sue sole forze e la modesta caparbietà di madre single, ha cresciuto due figlie: Elisa ha ormai sedici anni ed ha un talento innato per la fotografia e Lucia, nove anni, un vero e proprio genietto che sogna di inventare improbabili marchingegni.
E’ un protagonista disperato e terribilmente scorretto quello che ci regala Paolo Zardi, uno di quelli che non ne azzecca una. Uno che vorrebbe fare il furbo e passerebbe perfino sul cadavere di suo padre malato pur di ottenere quello di cui ha bisogno per levarsi dai guai, anche se mai, neanche per un momento, viene da definirlo un delinquente.
La cosa divertente è che lui nemmeno si ricorda come quando e perché la sua esistenza sia andata a rotoli, è incapace di darsi e dare una spiegazione, non sa quando è cominciata e, tra peripezie e colpi di scena che si avvicendano rapidi, il nostro balzano protagonista senza morale e completamente (pare) anaffettivo approda a un finale che capovolge e contraddice quanto accaduto in precedenza.
Insomma in questo romanzo è tutto egregiamente strampalato e un protagonista che dovrebbe risultarci odioso (mio Dio, è un padre vigliacco che sarebbe pronto a fregare i soldi delle figlie, è sessualmente ingordo e non disdegna incontri ai quali approda tramite una chat al limite dell’indecenza, non vede l’ora che il padre muoia perché confida nell’eredità). Invece.

Invece no, gli stiamo dietro, alle spalle, per tutta la durata della narrazione che scorre rapida tra i continui cambi di rotta e siamo lì a sostenerlo, a fare il tifo per lui, ad aspettare che arrivi la redenzione, la fortuna o come vogliamo chiamarla.
Arriverà ? Leggetelo per saperlo, il romanzo, che inizia con una scena in cui un uomo è inginocchiato davanti a una lavatrice, si chiude su quella stessa scena.

“Tutto il tumulto che c’è stato in mezzo – l’affannarsi quotidiano, i rotolamenti scomposti, la paura e l’amore, i denti, le tonnellate di cibo ingerito, e i miliardi di litri d’aria ispirata, le albe e i tramonti e i giorni trattenuti tra le braccia -, di quel casino che per tutta la vita lui aveva chiamato vita, non rimarrà niente.

Romanzo intenso come un fulmine a ciel sereno, una storia contemporanea, un antieroe che ci racconta del nostro tempo. Se questi che viviamo non sono più tempi da eroi , allora che gli antieroi siano vivi, simpatici, scorretti.
Alla fine, quasi sempre e al netto delle ipocrisie, saranno molto più umani di quanto non si pensi.

PAOLO ZARDI, TUTTO MALE FINCHE’ DURA, FELTRINELLI

9788807033018_quarta

Paolo Zardi, nato a Padova nel 1970, ingegnere,  ha pubblicato il romanzo breve Il Signor Bovary (Intermezzi, 2014) e i romanzi La felicità esiste (Alet, 2012), XXI Secolo (Neo Edizioni, 2015), con cui è stato finalista al Premio Strega 2015, e La passione secondo Matteo (Neo Edizioni, 2017). Per Feltrinelli ha pubblicato, nella collana digitale Zoom Flash, Il principe piccolo (2015), La nuova bellezza (2016) e Le città divise (2018). È il primo autore italiano a essere stato tradotto e pubblicato dalla rivista “Lunch Ticket” (Università di Antioch, Los Angeles) con il racconto Sei minuti. Cura il blog grafemi.wordpress.com.